Ultra Trail Atlas Toubkal (UTAT) di Massimo Ribetto
Scritto da Massimo   
Martedì 12 Novembre 2013 09:26

La partenza è alla luce delle lampade frontali e qualche faro che illumina la linea dello START sull’altipiano di Oukaimeden a 2600 mt. di quota c.a. Sono quasi le 06.00 del mattino e a fatica ci tiriamo fuori dal rifugio che ci ospita. Qualche foto assieme agli amici dentro al rifugio, per tardare l’uscita alla temperatura rigida e l’aria umida, nonché per documentare quei momenti di tensione palpabile, in cui l’unico pensiero che mi ronza per la testa è: “tra quante ore riuscirò ad essere di nuovo qui, di nuovo al caldo?” Al di là, dell’unica strada di asfalto che attraversa il caseggiato di Oukaimeden, c’è la grande distesa erbosa sulla quale è stata allestita la partenza ed arrivo delle tre competizioni, dalle distanze di 105, 42 e 26 Km. Alle sei e qualche minuto partiamo tutti assieme, concorrenti della 105 e della 42, il percorso sarà lo stesso sino al 19esimo Km. L’inizio della corsa si svolge su una comoda e larga pista sterrata in falso piano, che dopo un chilometro e mezzo c.a., comincia a salire in modo graduale e con ampi tornanti degni di un passo dolomitico. Dopo un’ora c.a. di corsa – cammino, raggiungiamo la prima vetta superiore ai 3000 mt. di quota e lo spettacolo del paesaggio che ci circonda non si fa attendere. Un attimo prima era buio e dietro di me c’era un serpentone di torce frontali, e un attimo dopo, mi trovo ad ammirare il “mare” di nuvole che sovrasta le terre e montagne più in basso. La pista è ancora larga e procede in piano sulla stessa quota. Dopo un paio di tornanti, senza salire troppo, ci troviamo il sole sparato dritto negli occhi. E’ veramente forte, m’impone di prendere gli occhiali da sole dallo zaino e ne approfitto per metter via la torcia frontale. All’incontro del sole, coincide anche il cambio di pendenza e ci troviamo dunque a scendere per la pista che è ancora larga, molto sassosa ma, ancora comoda da correre. Perdendo quota in fretta, lungo numerosi tornati, incontriamo il primo villaggio. La strada che lo attraversa si restringe di molto, a tratti ha le dimensioni di un sentiero di montagna e ogni tanto incontriamo qualche berbero già in movimento a quell’ora. La strada che percorriamo sembra essere anche l’unica per tutta la comunità con le loro case abbarbicate quasi in fondo alla valle.

Scorrono i chilometri e scorriamo anche noi su un sentiero in costa, che ci porta sempre più in basso fino a raggiungere il letto del torrente al centro della valle stretta. Raggiungiamo il diciannovesimo chilometro, dove alcuni membri dell’organizzazione ci indicano il bivio, separando così il destino di chi ambisce a percorrere i 105, da chi si “accontenta” dei 42. L’ambiente che ci circonda è quello di un letto di un torrente, pieno di grossi sassi che servono per guadare il torrente. Subito dopo il bivio ci attende il secondo ristoro: “PC2”, con frutta secca, acqua e coca cola. Dopo pochi minuti di sosta, preziosi anche per rifornire d’acqua il camel-bag, riparto. Le energie sono ancora buone.

Trentesimo chilometro: dopo aver attraversato molti altri villaggi ed esser stato rincorso in un’occasione, anche da numerosi bambini alla ricerca di caramelle, il nostro cammino riprende a salire, fino ad assumere l’aspetto di una lunga e quasi interminabile pista piuttosto larga in falso piano. Da questa strada si gode una bellissima vista panoramica sulla valle sottostante e dopo numerose curve, finalmente scorgo in lontananza il terzo ristoro: “PC3”. Lo vedo in lontananza, alla stessa quota di dove mi trovo. Già da lontano posso vedere come proseguirà il percorso, una lunga discesa lungo la stessa strada larga. Al ristoro scatto anche un paio di foto al paesaggio, alla strada appena percorsa, ben visibile in costa alla montagna e

a quella che mi attende in discesa. Appena riprendo a correre, dopo pochi metri incontro un runner che risale la pista in direzione del ristoro. Sulla testa ha una fasciatura approntata in fretta, che gli copre in parte un occhio ed è sporca di sangue. Non ho più scoperto cosa gli fosse successo, ma molto probabilmente era dovuto alla caduta di un sasso. Dopo quell’incontro e aver corso in discesa un paio di km sulla pista larga, il percorso riprende le caratteristiche del trail, abbandonando le comodità e proseguendo in un sentiero più stretto e ripido che ci conduce sul letto di un altro torrente in fondo alla valle. In equilibrio sui sassi risaliamo, attraversiamo il torrente e attacchiamo un nuovo sentiero sul fianco della montagna di fronte.

Quarantanovesimo chilometro: lunghe salite, intervallate da brevi discese, ci fanno riacquistare quota. Dopo innumerevoli tornanti su un sentiero sassoso, raggiungiamo una sommità dove ci attendono i ragazzini di un villaggio situato dopo il valico. Sono appostati con delle casse di bottiglie in vetro di coca-cola. Il trentesimo chilometro è sfilato da molto, siamo nelle prime ore del pomeriggio, il caldo e le salite si fanno sentire, la sete pure. Per cui, la vista della coca-cola, sebbene mi ricordassi che ce ne avessero parlato la sera prima durante il briefing, mi sembra un autentico miraggio, una cosa troppo bella da creder vera. Non a caso, nello zaino mi ero infilato un po’ di Dirham (la moneta marocchina), proprio per questo appuntamento che non poteva giungere in un momento migliore. Con la testa faccio cenno a uno dei ragazzi che voglio una bottiglietta e lui per risposta mi dice venti dirham. Quella che seguì, fu una scenetta degna di un film di Fantozzi. Io, che agguanto la bottiglietta e ne trangugio subito la metà con avidità pazzesca, sotto gli occhi “famelici” dei ragazzi in attesa del denaro. Appoggio la bottiglia per prendere i soldi e ovviamente tiro fuori una banconota di un taglio molto superiore al prezzo richiesto. Manco a farlo apposta, i ragazzi fanno fatica a darmi il resto e alla fine pagherò quella coca-cola c.a. l’equivalente di 8 euro! Tutto sommato, mi dico, meglio otto euro per una “coca” quassù e a quei ragazzi, che per la stessa in piazza Navona.

Versata l’altra metà della bottiglia all’interno di una delle borracce, scavalco il passo e il sentiero procede in discesa lungo il villaggio dei ragazzi. Scendo, ma non troppo e dopo aver attraversato dei campi coltivati a “terrazze”, mi trovo a risalire un torrente dall’acqua scrosciante, sempre più forte.

Alzo lo sguardo e m’immagino dove possa essere la sorgente, ma soprattutto, m’immagino dove proseguirà il mio cammino. Prima di raggiungere la cima però, mi attende un’altra mirabile visione: il ristoro del quarantanovesimo chilometro! Felicissimo del piccolo – grande traguardo, mi scelgo un materassino blu e mi sdraio a pancia in su, tirando il fiato e riposando un po’ le stanche membra.

Sessantottesimo chilometro: dal cinquantaduesimo chilometro a quota 3.100 c.a., il sentiero prosegue per un’interminabile discesa e dopo aver raggiunto l’ennesimo letto di torrente, proseguo lungo lo stesso su un terreno completamente sassoso. Il paesaggio intorno è lunare e io mi sento davvero come fossi l’unico uomo sul satellite luna. L’ultimo compagno d’avventura l’ho passato da alcuni chilometri e davanti a me il nulla. Sono le sei di sera, il torrente che risalgo scorre in una gola rocciosa e sopra di me il cielo continua a cambiare le sfumature di azzurro per poi, al calar del sole, mutarle in rosa, rosso e arancione. La luce scende sempre di più e presto sono costretto a ritirare fuori la lampada frontale. E’ buio, accendo la luce, quando finalmente, dopo parecchi chilometri avverto nuovamente una presenza umana. Mi giro e mi accorgo della sua luce proprio nel momento in cui fatico a trovare i segni fosforescenti del tracciato sulle pietre. Mi faccio raggiungere, anche per avere un po’ di compagnia. Dopo circa una mezz’ora, raggiungiamo assieme il ristoro del sessantottesimo chilometro: “PC6”.

Chi trova un amico, trova un tesoro: si chiama Mickael, un ragazzo di 38 anni, il compagno con il quale raggiungo il ristoro del sessantottesimo. Qui, ci rifocilliamo con due piatti di minestra calda, mangiati all’interno della tenda, per ripararsi dal vento che inizia a soffiare sempre più forte. Seduti sul materassino, ci confrontiamo sulle proprie energie e rispettive strategie di gara. Riusciamo a dialogare in inglese e decidiamo di procedere assieme fino al traguardo. Prima però, proviamo a riposarci una mezz’ora sui materassini. Fisso la sveglia sul telefono, ma per me, si tratta solo di un tentativo di riposo; provo a chiudere gli occhi, ma sento l’effetto dell’adrenalina in circolo, il ritmo cardiaco è più alto del normale, risento della quota e anche il fiato fatica a ridurre la sua frequenza. In questa mezz’ora mi godo il tepore sotto una coperta e nonostante non riesca ad addormentarmi, ascolto il mio corpo e cerco di rilassare ogni fibra muscolare. Nel frattempo, nella penombra, sotto il bordo della tenda scorgo i piedi di un berbero nella posizione inconfondibile della preghiera. Finito l’intervallo, come d’accordo con “Mik”, ripartiamo. L’inizio è davvero faticoso, i muscoli si sono quasi ritirati, ma dopo dieci minuti circa riprendiamo con un buon ritmo e raccontandocela, riusciamo a raggiungere con nuove energie un’altra vetta attorno ai 3200 mt di quota. Il vento è furioso!

Il momento della verità: scavalcato un altro 3000 scendiamo fino a quota 2800 mt. Ci troviamo al settantaquattresimo chilometro e ce ne accorgiamo per la presenza di un nuovo ristoro: “PC8”. A questo punto, è quasi mezzanotte e le tende bianche dei ristori iniziano ad essere sempre più desiderate, come le oasi nel deserto. Qui, troviamo un unico membro dell’organizzazione a gestire il ristoro. Mi stupirà la sua gentilezza e sensibilità. Nonostante fossimo arrivati bene fino a quel nuovo ristoro, sento ancora forte, la necessità di riposarmi. Avverto la stanchezza data dal bioritmo che sente che è notte. Parlo con Mik e gli faccio capire che desidero riposare ancora un po’ all’interno della tenda. Mi metto d’accordo con l’uomo dell’accampamento per dormire mezz’ora. Questa volta riesco ad addormentarmi profondamente, sogno, probabilmente per pochi minuti e quando vengo svegliato puntualmente dall’uomo del ristoro, il dubbio è quasi amletico: continuare a riposare seguendo quel che mi suggerisce il corpo, oppure uscire al vento e al freddo della notte e scalare la montagna? Sono profondamente convinto, che quello sia stato il momento della verità, il passaggio chiave di tutta la gara. Probabilmente, se non fossi ripartito, mi sarei precluso l’arrivo al traguardo il giorno successivo. Tornando a quell’istante nella tenda, con la luce puntata negli occhi penso a Mik che è li fuori che mi aspetta e penso alla promessa fatta: “arrivare al traguardo assieme”. E’ così, che con uno sforzo immane, mi trascino fuori dalla tenda e mi ricompongo. All’aperto, incrocio lo sguardo del mio compagno che mi accenna un sorriso, che probabilmente non contraccambio. E’ davvero dura, dentro di me è forte la voglia di bestemmiare per la violenza che mi sto facendo. Qualche minuto più tardi siamo già in cammino, abbiamo salutato l’uomo gentile di “PC8” e siamo pronti ad affrontare la sfida delle sfide, il gran premio della montagna, la Cima Coppi di tutto il percorso: Tizi n’Tarharate a quasi 3600 mt di quota.

Dalle stalle alle stelle: è da poco passata mezzanotte e mezza, quando lasciamo “PC8”. Il primo quarto d’ora di marcia mi ci vuole tutto per riportare in temperatura i muscoli. Al tempo stesso però, mi convinco di aver fatto la scelta giusta nel ripartire, rimango concentrato con lo sguardo rivolto ai sassi per terra, illuminati dalla frontale e ogni tanto rivolgo uno sguardo verso l’alto per guardare le stelle che ci sovrastano.

Il vento si fa sempre più forte e gelido. E’ con particolare emozione che ricordo lo sforzo per mettere in fila un passo dopo l’altro. Io e Mik ci alterniamo alla guida in salita del nostro tandem. Procediamo sicuri, superiamo anche un gruppetto di altri tre concorrenti, nel quale ritrovo il francese dalla testa fasciata, questa volta però, con un bendaggio più professionale. A vederlo ferito, mi domando di che mi lamento a fare? Io sto benissimo a confronto. Scorre il tempo e scorrono i tornanti in salita. Camminiamo a ritmo costante, totalmente avvolti dall’oscurità, mi convinco che quella condizione di non poter vedere più in la del cono di luce della torcia, sia positivo, perché così non riesco a scorgere quanto manca alla cima. Dopo oltre un’ora e mezza raggiungiamo un’altra tenda: “PC9”. Siamo attorno ai 3400 mt di quota e al settantottesimo chilometro. Ce ne mancano ancora due per arrivare a “PC10”, il ristoro sulla vetta. Facciamo una sosta breve, ci ripariamo all’interno della tenda il tempo che basta per dar tregua al nostro corpo dall’assalto continuo del vento gelido. Ripartiamo con nuova energia e con la netta sensazione di essere sempre più vicini a toccare il cielo, raggiungiamo finalmente la vetta poco prima delle 3 di notte. E’ una sensazione meravigliosa, fa freddo, è buio, il vento gelido soffia senza sosta e con un fracasso assordante, facciamo fatica a comunicare, poche parole, ma nonostante tutto questo, fermo Mik, gli dico di spegnere un attimo la torcia e alziamo la testa al cielo verso la trapunta di stelle più bella e calda che io abbia mai visto e provato. Per un istante mi sembra che si fermi tutto, anche il rumore del vento. E’ proprio il caso di dire che la gioia è alle stelle, sento di aver appena compiuto un’impresa e il mio cervello all’improvviso ricorda un nome: Hillary, il primo uomo sull’Everest. Certo, il paragone è un po’ presuntuoso, ma in quei momenti m’immagino bene le sensazioni che grandi alpinisti come lui possono aver provato dopo aver scalato la loro montagna. Con Mik, ci guardiamo felici e festeggiamo per il raggiungimento della vetta, ci sentiamo più leggeri, sarà anche per la sensazione di venir sollevati da terra a causa del vento che non smette mai. La cima a differenza di quelle dolomitiche ha una superficie molto ampia e il sentiero sempre ben segnato procede, da prima in piano, per poi scendere dolcemente sino al ristoro dell’ottantesimo chilometro: “PC10”.

Imlil, il paese che non arriva mai: a “PC10” ci fermiamo a riposare un’altra mezz’ora. Sono le 04.35 c.a. quando usciamo dalla tenda nel cuore della notte. Anche questa volta riesco ad abbandonarmi al sonno, ma a differenza di “PC8” questa volta, mi sento più riposato ed è meno traumatico ripartire. Il team dell’organizzazione ci spiega che i primi 200 metri sono di leggera discesa e subito dopo inizia la vera “picchiata”. Io e Mik, abbiamo la consapevolezza di quel che ci aspetta: quasi 2000 metri di discesa in poco meno di dieci chilometri di sviluppo. Da quota 3500 mt sino al paese di Imlil situato a 1740 mt s.l.m. In pochi minuti raggiungiamo il punto dove il sentiero comincia a “picchiare”. Ci ritroviamo in un canalone abbastanza ampio, su un sentiero a serpentina molto ripido e dal fondo ghiaioso. Il panorama notturno non consente di avere una visione più ampia, in ogni caso, il contesto è molto chiaro e non ha nulla da invidiare a certi canaloni nelle nostre Dolomiti. A tratti, troviamo anche una corda fissa alla parete di destra. L’ultima sosta mi ha fatto recuperare parecchia energia e l’inizio della discesa l’affronto con parecchio entusiasmo, tant’è che Mik lascia condurre a me il nostro “tandem”. L’entusiasmo e il divertimento dato dalla discesa a balzi lungo il ghiaione, cominciano però a vacillare dopo un’ora di discesa e dopo che la pendenza del terreno non si riduce. Precisamente, a due chilometri e mezzo da “PC10”, incontriamo “PC11”, il cui arrivo è anticipato dalla presenza di un mulo sul sentiero, servito all’organizzazione per trasportare fin quassù i materiali. Aggirato il mulo e un grande masso, dietro al quale restava nascosto il ristoro, troviamo la tenda di “PC11”. Sono quasi le sei del mattino, ma il buio è ancora molto fitto e la tenda aperta sul davanti, lascia scorgere i volti dei due ragazzi dell’organizzazione, addormentati sui materassini e sotto le coperte. Uno dei due si accorge di noi e bisbiglia in francese una frase che m’immagino voglia dire “tutto bene?” Mik risponde per tutti e due, e continuiamo la nostra discesa. Anche dopo l’undicesimo ristoro la pendenza del sentiero non accenna a diminuire. La stanchezza e un senso d’intorpidimento sensoriale torna a farsi sentire. Dopo un tempo indefinito e sempre al buio, siamo investiti da una nuvola. Sulle prime penso sia nebbia, ma non è ferma, si sposta in modo rapido, ci investe a “zaffate” spostate dal vento e la percezione delle particelle d’acqua sospese è troppo intensa, per essere semplice nebbia. Poi, all’improvviso, associo il rumore assordante che ci “avvolge” da lungo tempo a questa strana nuvola: ci stiamo avvicinando all’impetuoso torrente sul fondo della valle e il vapor acqueo è il suo fresco abbraccio. Martin Luther King disse: “salite il primo gradino con fiducia. Non occorre vedere tutta la scala, salite il primo gradino.” Beh, in quella situazione, dove a tratti non vediamo assolutamente nulla, ce ne vuole di fiducia per mettere un passo davanti all’altro e procedere. Verso le sette del mattino comincia finalmente a schiarire e il sentiero si fa più umano. Presto vediamo i primi contadini a dorso di mulo risalire la nostra strada, vediamo anche il letto del fiume e il paese di Imlil, ma non è finita! Avvicinandoci al paese il rumore dell’acqua si attenua e rimane lontano, probabilmente in prossimità dell’abitato il percorso del fiume è parzialmente interrato. Io e Mik attraversiamo così, l’ampio alveo fluviale ricoperto interamente da grandi sassi, entriamo in paese e “corricchiamo” ancora per almeno un chilometro e mezzo, prima di giungere al ristoro, “PC12” dell’ottantottesimo chilometro. Imlil, per me, rimarrà sempre, il “paese che non arrivava mai”, inoltre è davvero grande per essere un paese di montagna.

A differenza di tutti i villaggi incontrati prima, qui ci sono strade asfaltate, case in muratura e addirittura alberghi. E’ il punto di partenza per i turisti alla scoperta dei “giganti” dell’Atlas, e in particolare per il Toubkal che con i suoi 4167 mt è la montagna più alta. E non è un caso se proprio qui hanno deciso di girare alcune scene di “Sette anni in Tibet”. Al ristoro ci rifocilliamo con un paio di minestre, troviamo i nostri zaini trasportati fin qui dai camion dell’organizzazione con gli indumenti di ricambio. Poco dopo le 09.00 del mattino lasciamo “PC12” per gli ultimi diciassette chilometri e mezzo.

Arrivo: Ripartiti, dopo aver dormito ancora una mezz’ora all’interno di tende canadesi poste nel cortile dell’albergo che ospitava il ristoro, usciamo dal paese di Imlil, lungo un sentiero in costa, sotto la montagna. Dopo un paio di chilometri in falso piano, riprende la salita, questa volta alla luce di un sole già alto in cielo. All’inizio faccio parecchia fatica a riprendere il ritmo, lascio Mik a guida del nostro magnifico tandem. Dopo meno di un’ora raggiungiamo la piccola “vetta” e scendiamo nella valle dietro a Imlil. Al termine della salita, ritrovo le energie e in discesa torno a procedere con scioltezza. Mi rendo conto, che io e il mio compagno di avventura siamo davvero complementari: lui ha più forza in salita e io più energia e le gambe più sciolte in discesa. Arriviamo in fondo sul greto dell’ennesimo torrente, lo attraversiamo e saliamo sul versante della montagna di fronte. Il buon umore comincia a farsi sentire, perché aumenta la consapevolezza di avvicinarci al traguardo e quando attraversiamo l’ennesimo villaggio, in salita, ci ritroviamo a scattare foto con i nostri telefonini, quasi come fossimo dei turisti appena partiti per la gita. Incontriamo due ragazzini che guidano un mulo con appese due ceste ricolme di pietre. Si fanno fotografare e per ringraziarli gli regalo una barretta energetica. Pochi metri più su, attraverso un sentiero di fango lungo il villaggio, sbuchiamo su una strada più larga, e mirabile visione, compare davanti ai nostri occhi il ristoro “PC13”. Ma, soprattutto, ci sorprende una piccola “folla” di altri runners, con il pettorale simile al nostro, ma con un ritmo del tutto più veloce. Abbiamo raggiunto il punto d’incontro dei percorsi delle due gare, la nostra di 105, con quella di 26 partita quella stessa mattina. Tra un bicchiere di “coca” e un po’ di frutta secca, ci guardiamo intorno per vedere se tra i concorrenti della “26” scorgiamo i nostri rispettivi amici. In particolare, penso a Betty, Gianni e Pedro. Mario e Stefano sono sicuramente già passati, almeno così penso mentre osservo i “colleghi”. Nel frattempo, Mik chiacchiera con un paio di amici incontrati lì, come se si fossero dati appuntamento. Dopo 5’ c.a., riprendiamo il nostro cammino a passo deciso. All’inizio veniamo superati da molti concorrenti della “26”, ma presto, appena ricomincia la prima salita, la differenza di ritmo tra noi e gli altri si riduce e con alcuni, addirittura scompare.

A “PC13” siamo al novantaseiesimo chilometro, ne mancano nove a Oukaimeden e al traguardo. Sono tutti in salita, a parte l’ultimo. Le emozioni cominciano a farsi sentire; una parte di me inizia ad assaporare il traguardo ed è convinta che ormai è fatta. Un’altra parte, più piccola, mi invita alla prudenza, è sicuramente la parte razionale che per dirla con una battuta, mi ricorda che “partita non è finita finché arbitro non fischia”. Passano i minuti e il sentiero si fa più stretto. Riconosco in parte il paesaggio, perché si tratta del versante che abbiamo esplorato alla vigilia della gara. A un certo punto ci si affianca un amico di Mik, che conosce qualche parola d’italiano. Passa ancora qualche minuto e d’improvviso, mi sento chiamare alle spalle. E’ Giovanni! Mi volto e aspetto che mi raggiunga. E’ una bellissima festa, ci abbracciamo e Mik ci immortala con una splendida foto.  Proseguiamo e il sentiero s’inerpica sempre più, il terreno è sabbioso dai colori giallo ocra, marrone, sino al rosso mattone. Mentre ci arrampichiamo per alcuni tornanti in mezzo ad alberi di ginepro, ci raggiunge anche Betty. Anche con lei scatta un altro abbraccio di felicità e ci scambiamo quattro chiacchiere fino a congedarci e a prometterci di proseguire la festa dopo il traguardo. Finalmente, la pendenza si addolcisce e davanti a noi si presenta l’ultimo tratto di salita lungo uno splendido traverso che taglia a metà altezza il monte sul quale ci troviamo. Il sentiero è una splendida diagonale, lunga circa un chilometro e culmina su una “sella”. Oltre il passo dalla forma di sella, ci attende l’ultimo chilometro. A questo punto la commozione si fa sentire e anche quell’ultima parte razionale che mi impediva di abbandonarmi alla gioia, allenta la presa. Mi fermo un attimo, faccio un respiro profondo e assieme al mio compagno d’avventura riprendo con nuova energia. In dieci, forse quindici minuti, raggiungiamo il passo. Gli ultimi metri prima di raggiungerlo sono ancora tosti, ma la fatica è finita, non la sento più, è già diventata un semplice ricordo. Mi godo le urla di gioia e gli incitamenti dei pochi spettatori accorsi fin quassù per assistere al nostro arrivo. In cima al passo ci sono due pali con le bandiere del Marocco issate e sventolanti. Ora, davanti a noi, si palesa il paesaggio tanto sognato e desiderato: l’altipiano di Oukaimeden con un’altra decina di bandiere e il traguardo gonfiabile sullo sfondo più in basso. Mi volto a guardare Mik e facciamo fatica a trattenere i nostri sorrisi. Scendiamo per cinquecento metri ancora lungo il sentiero roccioso, mi viene voglia di correre e sento che la forza ci sarebbe, ma mi accorgo che Mik scende a fatica. Ancora pochi metri e raggiungiamo la strada d’asfalto. Proprio nel mentre in cui poggiamo i piedi sull’asfalto, ci raggiunge un altro runner della “105”, anche lui francese. Ci salutiamo e ci diciamo di arrivare al traguardo assieme. Da lì a poco, decidiamo anche di ricominciare a correre. Alla nostra sinistra, sfilano i pochi locali del caseggiato di Oukaimeden. In uno di questi, sono seduti molti atleti che hanno già concluso la loro gara. Al nostro passaggio, ci fanno il tifo e ci applaudono. La gioia è quasi al massimo, mi sforzo di trattenere le lacrime. Oltrepassato di poco il nostro rifugio sulla sinistra, scendiamo giù nel prato di fronte, lo stesso prato che quasi 33 ore prima avevo lasciato. Ultimi metri, giriamo attorno alle transenne e venti metri davanti a me c’è il traguardo e le urla amiche dei compagni e amici di questo viaggio. E’ il momento della commozione.  

UTAT è il mio secondo ultra-trail sulla distanza di poco superiore ai 100 chilometri.

Anche questa volta, ho provato sensazioni uniche, davvero speciali. Un viaggio dentro e fuori di me che mi ha regalato quella felicità e quello stato di serenità che tutti, nella vita quotidiana, inseguiamo e a fatica riusciamo ad assaporare. La sensazione di aver “tarato” le mie emozioni, i miei bisogni e le mie risorse, è più che mai reale! Massimo Ribetto

 


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